Quasi due mesi dopo l’entrata in vigore della L. 199/2025, l’iperammortamento resta in stallo senza decreto attuativo, scaduto il termine del comma 433. Il provvedimento, congelato tra MIMIT e MEF, deve sciogliere nodi cruciali come scaglioni di maggiorazione e piattaforma GSE non attiva, lasciando le imprese nell’incertezza.
La Legge 199/2025, al comma 429 lettera b), porta una ventata di opportunità per le imprese italiane che investono in impianti fotovoltaici per autoproduzione e autoconsumo di energia solare. In pratica, si può maggiorare il costo di acquisizione fino al 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, ma solo per beni nuovi prodotti in UE o SEE e che rispettano stringenti requisiti tecnici. È un incentivo pensato per spingere la transizione energetica, premiando chi scommette su tecnologie all’avanguardia.
Requisiti tecnici: un banco di prova severo
Non basta installare pannelli solari: devono essere moduli fotovoltaici rigorosamente made in UE. Parliamo di un’efficienza minima del modulo al 21,5%, celle fotovoltaiche con almeno il 23,5% di resa, e per le celle bifacciali ad eterogiunzione o tandem di silicio si sale al 24%. Questi standard, ripresi dall’articolo 12 comma 1 lettere b) e c) del D.L. 181/2023, richiedono l’iscrizione al Registro ENEA per una verifica ufficiale. In questo modo, l’Italia vuole favorire una filiera europea di qualità, ma il risultato è un collo di bottiglia.
Il nodo dell’unico fornitore
Ed ecco il problema che fa discutere: oggi solo un produttore europeo – 3Sun, parte del gruppo Enel Green Power – ha moduli iscritti alla lettera C del Registro ENEA, l’unica categoria che sblocca l’iperammortamento. Le altre? Lettera A (efficienza modulo ≥21,5%) è esclusa del tutto, Lettera B (celle UE ≥23,5%) è vuota, e nella C resta solo 3Sun dopo il ritiro di Meyer Burger. Questo crea un vero monopolio, limitando le scelte delle imprese su prezzi e forniture, anche se promuove innovazione nella manifattura UE.
Il dibattito sul vincolo “Made in UE”
Un altro punto caldo è il requisito “Made in UE” per moduli, celle e componenti, che vincola l’agevolazione a produzioni europee per rafforzare la filiera locale e l’innovazione. Molti produttori spingono per eliminarlo o allentarlo, lamentando esclusioni ingiuste e dipendenza da un solo fornitore; un emendamento recente sembrava favorire questa apertura, ma fonti indicano che il vincolo resta saldo nella L. 199/2025, almeno fino al decreto attuativo. Questo equilibrio tra protezionismo e concorrenza resta in bilico, con il settore che attende chiarimenti per evitare ritardi negli investimenti.
Critiche dal settore e attese sul decreto attuativo
Non sorprende che oltre 25 produttori europei stiano alzando la voce contro questo scenario, accusandolo di favorire un solo player e soffocare la concorrenza. Chiedono a gran voce una revisione per una neutralità tecnologica che apra le porte a più opzioni. Intanto, tutti restano con il fiato sospeso: il decreto attuativo potrebbe chiarire procedure GSE, slittare scadenze o allentare i vincoli tecnici, ma per ora la piattaforma GSE è inattiva e il termine del comma 433 è scaduto.
Come procedere: passi pratici con il GSE
Per non perdere l’agevolazione, le imprese devono comunicare al GSE tre step: la preventiva per gli investimenti programmati, la conferma con acconto almeno al 20%, e la consuntiva entro il 15 novembre 2028. Se i costi superano i 300.000 euro, serve una perizia asseverata; per tutti, certificazioni “Made in EU” con tracciabilità doganale e di filiera. È un iter burocratico, ma chi si muove ora può capitalizzare al massimo l’incentivo – resta sintonizzato sul decreto per aggiornamenti.




